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MATRIMONIO CONTRATTO IN ITALIA (TRA STRANIERI O TRA CITTADINO ITALIANO E CITTADINO STRANIERO)

Il diritto al matrimonio è tutelato dal Patto internazionale sui diritti civili e politici (Trattato delle Nazioni Unite entrato in vigore nel 1976), che all’art. 23 dice: “il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia è riconosciuto agli uomini e alle donne che abbiano l’età per contrarre matrimonio” e dall’art. 12 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (“A partire dall’età minima per contrarre matrimonio, l’uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto”). La Costituzione italiana parla invece del matrimonio all’art. 29 (“La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”).

Di seguito si tratterà questa tematica relativamente ai cittadini stranieri che intendono sposarsi in Italia, tranne per i titolari di protezione internazionale ed apolidi, che per il loro status seguono un iter diverso. Se anche solo uno dei nubendi non conosce la lingua italiana, deve essere assistito da un interprete sia durante la celebrazione del matrimonio sia nelle fasi precedenti.

Requisiti

E’ necessario aver compiuto 18 anni, oppure 16 se presente un’autorizzazione del Tribunale per i Minorenni che (su istanza dell’interessato, e sentiti il PM, i genitori o il tutore) abbia accertato la maturità psico-fisica del minore e la fondatezza delle ragioni da questo addotte (art. 84 del Codice Civile).
Vi sono altre condizioni necessarie per contrarre matrimonio, sempre stabilite dal Codice Civile: l’ufficiale di stato civile deve perciò verificare l’esattezza delle dichiarazioni degli sposi, relative all’inesistenza di impedimenti alla celebrazione del matrimonio (l’art. 116 del C.C. stabilisce che il nubendo straniero è soggetto alle stesse condizioni) e può acquisire d’ufficio eventuali documenti che ritenga necessari per provare l’inesistenza di impedimenti alla celebrazione del matrimonio. Chi richiede la pubblicazione deve infatti dichiarare il nome, il cognome, la data e il luogo di nascita, la cittadinanza degli sposi; il luogo di loro residenza, la loro libertà di stato; se tra gli sposi esiste un qualche impedimento di parentela, affinità, adozione o affiliazione (art. 87); se gli sposi sono impediti in quanto hanno già contratto precedente matrimonio valido agli effetti civili (art. 86) o perchè si trovano nelle condizioni di impedimento indicate negli artt. 85 e 88 del Codice Civile (infermità di mente o delitto: non possono contrarre matrimonio tra loro persone delle quali l’una è stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell’altra). Quando a contrarre matrimonio osta un impedimento per il quale è stata concessa autorizzazione dal Tribunale, uno degli sposi deve presentare copia del relativo provvedimento. L’ufficiale dello stato civile deve accertare se ricorrono le condizioni previste dall’art. 89 del Codice Civile, che dice: “Non può contrarre matrimonio la donna, se non dopo trecento giorni dallo scioglimento, dall’annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio. Sono esclusi dal divieto i casi in cui lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio siano stati pronunciati in base all’articolo 3, numero 2, lettere b) ed f), della L. 01/12/1970 n. 898, e nei casi in cui il matrimonio sia stato dichiarato nullo per impotenza, anche soltanto a generare, di uno dei coniugi. Il Tribunale può autorizzare il matrimonio quando è inequivocabilmente escluso lo stato di gravidanza o se risulta da sentenza passata in giudicato che il marito non ha convissuto con la moglie nei trecento giorni precedenti lo scioglimento, l’annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Si applicano le disposizioni dei commi quarto, quinto e sesto dell’articolo 84 e del comma quinto dell’articolo 87. Il divieto cessa dal giorno in cui la gravidanza è terminata”.

Documenti

Servono una marca da bollo da 16 € (una per ognuno dei Comuni in cui risiedono gli sposi) e un documento d’identità in corso di validità di entrambi i futuri sposi (per lo straniero serve il passaporto o un documento equipollente). Per i cittadini italiani la documentazione necessaria (contestuale di residenza, cittadinanza e stato libero, copia integrale dell’atto di nascita, copia integrale del precedente matrimonio per i divorziati, copia integrale dell’atto di morte per i vedovi) viene acquisita direttamente dall’ufficio.
Mentre per uno straniero devono essere prodotti documenti diversi perché, secondo l’art. 27 L. 31/05/1995 n. 218, le condizioni per potersi sposare sono regolate dalle leggi del paese di appartenenza. “Se la persona ha più cittadinanze, si applica la legge di quello tra gli Stati di appartenenza con il quale essa ha il collegamento più stretto. Se tra le cittadinanze vi è quella italiana, questa prevale” (art. 19 c. 2 L. 31/05/1995 n. 218). Non sarà però l’ufficiale di Stato Civile a decidere quale cittadinanza prevalga ma spetterà all’autorità competente, in sede giurisdizionale, ove sussista un contenzioso, decidere al riguardo, sulla base delle disposizioni della legge n. 218, e solo se l’applicazione della legge straniera coinvolga in qualche modo un cittadino italiano o sortisca effetti in questo ordinamento.
Perciò lo straniero che intende sposarsi in Italia deve procurarsi il nulla osta (ex art. 116 Codice Civile) rilasciato dal Consolato straniero in Italia (che va poi legalizzato presso la Prefettura in base l’art. 33 DPR 28/12/2000 n. 445, tranne per i Paesi aderenti alla Convenzione di Londra del 7 giugno 1968). Il nulla osta attesta che non esistono impedimenti al matrimonio secondo le leggi del Paese di appartenenza e deve contenere tutti i dati identificativi della persona, ossia deve chiaramente indicare i seguenti dati: nome, cognome, data e luogo di nascita, paternità e maternità, cittadinanza, residenza e stato libero.
Se il cittadino è statunitense, al posto del nulla osta, dovrà presentare una dichiarazione giurata resa innanzi alla competente autorità consolare degli Stati Uniti dalla quale risulti che, secondo le leggi degli Stati Uniti, nulla osta al matrimonio che intende contrarre in Italia, e documenti rilasciati dalle competenti autorità negli Stati Uniti, dai quali risulti indirettamente la prova che, giusta le leggi cui l’interessato è soggetto, nulla osta al suo matrimonio. Se il cittadino degli Stati Uniti è impossibilitato a presentare detti documenti, dovrà esibire, oltre alla dichiarazione giurata già citata, un atto notorio (cioè una dichiarazione giurata da quattro testimoni su richiesta dell’interessato), formato innanzi ad una autorità italiana competente a riceverlo, dal quale risulti che, giusta le leggi cui l’interessato è soggetto negli Stati Uniti, nulla osta al matrimonio. (L. 13/10/1965 n. 1195). Per altri Paesi il nulla osta può essere sostituito dal certificato di capacità matrimoniale, rilasciato dagli Stati che hanno firmato e ratificato la Convenzione di Monaco del 5 settembre 1980. I certificati rilasciati in base a tale Convenzione sono esenti dalla legalizzazione o da qualsiasi formalità equivalente.
Nel caso in cui il nulla osta o il certificato di capacità matrimoniale non contenga i dati relativi alla nascita, alla paternità e maternità occorre anche l’atto di nascita rilasciato dal Paese d’origine, tradotto e legalizzato in base all’art. 52 c. 1 lettera f del Decreto legislativo 03/02/2011 n. 71 e all’art. 33 del DPR 28/12/2000 n. 445 (sono fatte salve le diverse disposizioni contenute nelle convenzioni internazionali in vigore). Alcune Ambasciate o Consolati stranieri in Italia non rilasciano il nulla osta al cittadino straniero se non è in possesso di un permesso di soggiorno e di un passaporto. In questi casi, visto che il nulla osta alle nozze è un documento necessario per potersi sposare in Italia, il cittadino straniero dovrà recarsi nel proprio paese per richiederlo alle autorità competenti e legalizzarlo presso il Consolato o l’Ambasciata italiana di riferimento in base all’art. 33 del DPR 28/12/2000 n. 445 (sono fatte salve le diverse disposizioni contenute nelle convenzioni internazionali in vigore). Oppure può, di norma, delegare in patria una terza persona con procura notarile a chiedere la documentazione al suo posto per poi inviarla in Italia. Se i cittadini stranieri non risiedono in Italia, oltre al nulla osta (o certificato di capacità matrimoniale) devono presentare anche documentazione comprovante il non impedimento al matrimonio in base ai requisiti della normativa italiana (art. 51 DPR 3/11/2000 n. 396 e artt. 84-89 del C.C. sopra esplicitati), trattandosi di atti formati all’estero non registrati in Italia o presso un’autorità consolare italiana.
Nel 2009, la Legge n. 94 (cosiddetto “Pacchetto Sicurezza”) aveva modificato l’art. 6 c. 2 del TUI (L. 286/1998) e l’art. 116 del C.C. stabilendo il divieto, per uno straniero irregolare sul territorio italiano, di contrarre matrimonio. La Sentenza della Corte Costituzionale n° 245 del 25.07.2011 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo divieto (eliminando le modifiche normative che impedivano agli stranieri di sposarsi senza titolo di soggiorno) in quanto l’esigenza di tutelare le frontiere deve essere subordinata al diritto fondamentale di contrarre il matrimonio (sia per il cittadino straniero sia per il cittadino italiano). Oggi i cittadini stranieri possono sposarsi in Italia anche se non possiedono un titolo di soggiorno, scegliendo il rito civile oppure un rito religioso ammesso dallo Stato e valido agli effetti civili (cattolico o acattolico).
Rispetto alla scadenza del nulla osta, se in esso è indicata una scadenza, l’ufficiale di Stato Civile deve ritenere valida quella; in caso contrario, in ottemperanza all’art. 16 L. 31/05/1995 n. 218, deve applicare la legge italiana e quindi considerare una validità di 6 mesi dalla data del suo rilascio (art. 41 c. 1 DPR 28 dicembre 2000, n.445).

Procedura “idealtipica”

Chi intende sposarsi dovrà procedere con adeguato anticipo alla richiesta di pubblicazione, che avverrà attraverso l’affissione, per almeno otto giorni consecutivi, all’Albo Pretorio (che può essere anche on-line) del Comune di residenza dei nubendi ed eventualmente nell’altro Comune di residenza se risiedono in due Comuni diversi. I futuri sposi, entrambi residenti in altro Comune, che intendono sposarsi in un terzo Comune, necessitano di una delega rilasciata dall’Ufficio di Stato Civile dove sono avvenute le pubblicazioni, per poi chiedere che venga fissato il giorno e l’ora della cerimonia.
Per i nubendi stranieri non è necessario avere la residenza in Italia, ma se almeno uno dei due nubendi ce l’ha è obbligatorio far fare le pubblicazioni (art. 116 del C.C.). Se entrambi i cittadini sono stranieri non residenti né domiciliati in Italia, non si procede alle pubblicazioni ma vengono soltanto acquisiti i documenti necessari (v. sopra) e messe agli atti le dichiarazioni dei nubendi di non avere impedimenti secondo gli artt. del C. C. già citati tra i requisiti.
“La richiesta della pubblicazione deve farsi da ambedue gli sposi o da persona che ne ha da essi ricevuto speciale incarico” (art. 96 del C.C.), oppure può presentarsi uno solo dei nubendi con delega dell’altro. In questa occasione devono essere presentati i documenti necessari descritti in precedenza.
Questa fase è la cosiddetta “promessa di matrimonio” la quale, soprattutto da un punto di vista legale, rappresenta una libera dichiarazione che non obbliga né a contrarre le nozze (art. 79 del C.C. infatti garantisce la massima libertà del consenso delle parti sino al momento della celebrazione), né a risarcire in caso di mancato matrimonio la parte lesa, se non per quanto previsto dagli artt. 80 e 81 del C.C. In caso di cittadini stranieri, “la promessa di matrimonio e le conseguenze della sua violazione sono regolate dalla legge nazionale comune dei nubendi o, in mancanza, dalla legge italiana” (art. 26 L. 31/05/1995 n. 218).
L’Ufficio provvederà poi alla pubblicazione e rilascerà il certificato di avvenuta pubblicazione (se non gli è stata presentata nessuna opposizione in base agli artt. 102-104 del C. C.), che dovrà essere consegnato all’Ufficiale dello Stato civile presso il Comune dove avverrà la celebrazione (se diverso dal Comune che ha eseguito le pubblicazioni) per fissare la data del matrimonio, non prima del 4° giorno dopo la pubblicazione ed entro il termine di 180 giorni, pena la decadenza di validità dei documenti.
Nel caso in cui almeno uno dei nubendi sia straniero, l’ufficiale di Stato civile dovrà rifiutare le pubblicazioni in mancanza del nullaosta o del certificato di capacità matrimoniale, o in presenza di un impedimento tra quelli previsti dagli artt. 84-89 del C.C. Se al cittadino straniero non è stato rilasciato il nulla osta dal suo Paese, l’ufficiale di Stato Civile rifiuterà le pubblicazione, ma l’interessato potrà far ricorso al Tribunale (art. 98 C.C.) per chiedere che siano da esso accertati il suo diritto a contrarre matrimonio e l’assenza di circostanze che possano impedirlo. Se il nulla osta era stato rifiutato per motivi che sono contrari ai principi del nostro ordinamento giuridico (come i motivi religiosi o politici), il Tribunale ordinerà all’Ufficiale di stato civile di dar luogo alle pubblicazioni.
Se la legge nazionale del nubendo è contraria all’ordine pubblico italiano, non è possibile applicarla (art. 16 L. 31/05/1995 n. 218) e di conseguenza l’ufficiale di stato civile rifiuterà le pubblicazioni, rilasciando ai nubendi un certificato contenente le motivazioni del rifiuto. Ad esempio un nubendo infrasedicenne per il quale la legge nazionale consenta il matrimonio, non può sposarsi in Italia in quanto il principio della libertà e consapevolezza del consenso matrimoniale viene ritenuto di ordine pubblico sia dalla Costituzione italiana, sia dalla normativa internazionale sui diritti dell’uomo, sia dalla Costituzione europea.
Un altro caso verificatosi è quello di alcuni paesi che subordinano il rilascio del nulla osta al matrimonio all’adesione alla fede musulmana da parte dei coniugi. Come chiarito dalla Circolare Ministero dell’Interno 11/09/2007 n. 46, “l’ufficiale dello stato civile non dovrà tener conto di una simile condizione in quanto palesemente contraria ai principi fondamentali dell’ordinamento italiano. Infatti la normativa costituzionale prevede l’assoluta libertà di fede religiosa e non consente di limitare in alcun modo l’istituto del matrimonio in dipendenza della fede religiosa di uno o di entrambi i coniugi. Pertanto l’ufficiale di stato civile dovrà procedere alle pubblicazioni di matrimonio senza tener conto della condizione relativa alla fede religiosa, eventualmente contenuta in detti nulla-osta”.
L’art. 100 del C.C. prevede che su istanza degli interessati il tribunale autorizzi la riduzione dei termini della pubblicazione per gravi motivi o, per cause gravissime, la sua omissione, quando gli sposi dichiarano che nessuno degli impedimenti stabiliti dal C.C. si oppone al matrimonio. Anche l’art. 101 del C.C. prevede un’eccezione all’obbligo di pubblicazione: la celebrazione del matrimonio in imminente pericolo di vita di uno degli sposi può avvenire senza pubblicazione, alla presenza anche del segretario Comunale, purché gli sposi dichiarino sotto giuramento che non esistono tra loro impedimenti non suscettibili di dispensa. In casi particolari è autorizzato il matrimonio per procura (art 111 C.C.): è consentito soltanto a militari e persone al seguito di Forze Armate in tempi di guerra oppure allo sposo residente all’estero, se il Tribunale del territorio di residenza dell’altro sposo ha valutato che vi sono gravi motivi; la dichiarazione del consenso al matrimonio viene resa da un rappresentante (procuratore speciale) per conto e in nome della parte assente.

Matrimonio con rito civile

E’ regolato interamente dalle disposizioni del Codice Civile e dal DPR 396 del 3/11/2000. Le procedure preliminari sono quelle già descritte in precedenza. La celebrazione deve, di norma, svolgersi in una sala aperta al pubblico del Comune in cui è stata avanzata la richiesta di pubblicazione (art. 106 C.C.), ma può avvenire in qualsiasi Comune italiano. L’art. 110 del C.C. consente che la celebrazione avvenga fuori della Casa Comunale se uno degli sposi, per infermità o altro impedimento giustificato, è nell’impossibilità di recarvisi: in questo caso, la celebrazione avviene nel luogo in cui si trova lo sposo impedito, con l’intervento anche del segretario Comunale.
Nel giorno stabilito, l’ufficiale di stato civile, alla presenza di due testimoni, anche se parenti (quattro testimoni se il matrimonio si celebra con uno sposo impedito a recarsi alla Casa Comunale o con imminente pericolo di vita), legge agli sposi gli artt. 143, 144 e 147 del C.C. (diritti e doveri dei coniugi) e riceve da ciascuna delle parti la dichiarazione che esse vogliono diventare marito e moglie: a quel punto dichiara che esse sono unite in matrimonio (art. 107 C.C.). L’ufficiale di stato civile riceverà anche le dichiarazioni di carattere patrimoniale (artt. 159,162 C.C.) ed eventuali dichiarazioni di riconoscimento di figli nati fuori dal matrimonio (art. 64 DPR 396/2000).

Matrimonio con rito cattolico (concordatario)

È regolato in conformità del Concordato dello Stato con la Santa Sede, delle modifiche a questo (art. 8 L. 25/03/1985 n. 121) e delle leggi speciali sulla materia, è celebrato dal parroco ed ha effetti civili.
Occorre contattare il parroco della parrocchia di residenza di uno degli sposi, e concordare con lui sia la documentazione necessaria che ogni altra formalità richiesta (frequenza di corsi di preparazione al matrimonio, luogo della celebrazione del matrimonio, ecc.). Il parroco rilascia all’interessato la richiesta di pubblicazione di matrimonio, che va consegnata all’Ufficio di Stato Civile del Comune dove si richiede la pubblicazione. Le pubblicazioni vengono accettate o rifiutate in base ai criteri e già descritti in precedenza.
Nella celebrazione, svolta secondo le direttive del diritto canonico, il parroco dà lettura degli artt. 143, 144 e 147 del C.C. (diritti e doveri dei coniugi) e redige in doppio originale l’atto di matrimonio, in cui potranno essere inserite le dichiarazioni di carattere patrimoniale (art. 162 C.C.) ed eventuali dichiarazioni di riconoscimento di figli nati fuori dal matrimonio (art. 64 DPR 396/2000). Il parroco deve trasmettere uno degli originali dell’atto, accompagnato dalla richiesta scritta di trascrizione, all’ufficio di Stato civile entro cinque giorni dalla celebrazione. L’ufficiale di Stato civile, se vi sono le condizioni, effettua la trascrizione entro 24 ore dal ricevimento dell’atto e ne informa per iscritto il parroco. Non vi sarà trascrizione se esistono degli impedimenti tra quelli citati in precedenza (artt. 84-89 C.C.). Se la trascrizione viene eseguita in presenza di uno dei divieti di legge, potrà essere impugnata e dichiarata nulla con conseguente caducazione degli effetti civili del matrimonio concordatario (che quindi avrà valore solo nell’ordinamento canonico).
Il matrimonio è valido con effetti civili già dal momento della celebrazione, anche se per qualsiasi motivo l’ufficiale di stato civile lo ha trascritto dopo le 24 ore dal ricevimento dell’atto (“trascrizione ritardata”). Se la richiesta del parroco perviene oltre cinque giorni dalla celebrazione può essere fatta la “trascrizione tardiva”: la richiesta di quest’ultima va fatta dai “due contraenti o da uno di essi, con la conoscenza e senza l’opposizione dell’altro, sempre che entrambi abbiano conservato ininterrottamente lo stato libero dal momento della celebrazione a quello della richiesta di trascrizione, e senza pregiudizio dei diritti legittimamente acquisiti da terzi” (art. 8 . L. 25/03/1985 n. 121).

Matrimonio con rito acattolico

Secondo l’art. 83 del Codice Civile, è sempre soggetto alle formalità preliminari (pubblicazioni) e alle disposizioni sostanziali del Codice Civile citate in precedenza, ma la sua celebrazione è regolata dalla L. 1159 del 24/06/1929 o dalle singole leggi di approvazione delle intese previste dall’art. 8 della Costituzione con diverse confessioni religiose [attualmente: Tavola Valdese; Unione delle Cristiane Avventiste del Settimo Giorno; Unione Comunità Ebraiche in Italia; Assemblee di Dio in Italia; Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia; Chiesa Evangelica Luterana in Italia; Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale; Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni; Unione Induista Italiana; Chiesa Apostolica in Italia; Unione Buddista Italiana; Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova (intesa firmata ma non ancora approvata con legge)].
I matrimoni celebrati secondo il rito di uno dei culti acattolici sono validi agli effetti civili alla duplice condizione che vengano osservate le formalità procedurali previste dalla legge e che venga effettuata la trascrizione dei relativi atti nei registri di matrimonio. La validità agli effetti civili decorre dal giorno della celebrazione.
Vi sono diversità di procedura tra la disciplina generale della L. 1159 del 24/06/1929 e quelle particolari previste nelle intese stipulate tra lo Stato italiano e le altre confessioni sopracitate.
Nella disciplina che interessa i culti acattolici con i quali non sono state stipulate le intese, le formalità preliminari sono le stesse del matrimonio civile, salvo che gli sposi devono dichiarare all’ufficiale dello stato civile la loro volontà di celebrare il matrimonio secondo il rito del culto di appartenenza. L’ufficiale, dopo aver accertato che nulla si oppone alla celebrazione del matrimonio secondo il Codice Civile, rilascia autorizzazione scritta con l’indicazione del ministro del culto davanti al quale la celebrazione deve aver luogo e degli estremi del provvedimento del Ministero dell’Interno che approvò la nomina del ministro di culto medesimo. Se gli sposi desiderano celebrare il matrimonio nel Comune di residenza del ministro di culto, l’ufficiale dello stato civile del Comune dove è stata effettuata la richiesta di pubblicazione richiede della celebrazione del matrimonio l’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del ministro di culto e l’autorizzazione citata sopra viene rilasciata da quest’ultimo; se invece il ministro di culto si trasferisce nel Comune di residenza degli sposi per celebrare il matrimonio, l’autorizzazione gli viene conferita dall’ufficiale dello stato civile dello stesso Comune, dopo averne verificato i titoli di legittimazione (art. 26 R.D. del 28/02/1930 n. 289). Il ministro del culto al momento della celebrazione deve leggere agli sposi gli artt. 143, 144 e 147 del C.C. e ricevere, alla presenza di due testimoni idonei la dichiarazione espressa da ognuno degli sposi di volersi prendere rispettivamente in marito e in moglie. L’atto di matrimonio va compilato immediatamente dopo la celebrazione e trasmesso, in originale (all’ufficiale dello stato civile da cui fu rilasciata l’autorizzazione) entro cinque giorni dalla celebrazione. L’ufficiale dello stato civile provvede alla trascrizione entro 24 ore dal ricevimento, dandone poi conferma per iscritto al ministro di culto.
Invece la disciplina della celebrazione del matrimonio secondo il rito dei culti per i quali sono state stipulate le intese diverge da quella appena descritta per alcuni aspetti: la lettura degli articoli del Codice Civile non viene effettuata dal ministro di culto, ma dall’ufficiale dello stato civile che riceve la richiesta di pubblicazione; l’ufficiale dello stato civile, esaurite le formalità preliminari connesse alla pubblicazione ed accertato che non sono state notificate opposizioni, rilascia ai nubendi un nulla osta in doppio originale, che, oltre a precisare che la celebrazione seguirà le norme del rito prescelto e si svolgerà nel Comune indicato dagli sposi, deve attestare che a questi ultimi è stata data lettura degli artt. 143, 144 e 147 del Codice Civile; il ministro del culto davanti al quale è avvenuta la celebrazione allega uno degli originali del nulla osta all’atto di matrimonio che egli redige subito dopo la celebrazione per l’inoltro (entro cinque giorni) all’ufficiale dello stato civile competente per la trascrizione (ovvero quello del Comune in cui la celebrazione ha avuto luogo).

Comunione o separazione dei beni

Con il matrimonio i coniugi entrano automaticamente in regime patrimoniale di comunione dei beni, ma se lo desiderano possono scegliere il regime di separazione dei beni (art. 159 del Codice Civile). Oppure possono decidere che i loro rapporti patrimoniali siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno uno di essi è cittadino o nel quale almeno uno di essi risiede (art. 30 L. 31/05/1995 n. 218). Nel regime di comunione, i beni acquistati insieme o individualmente entrano a far parte di un unico patrimonio comune, indipendentemente dall’apporto reale, e ognuno dei coniugi è proprietario del 50% dei beni. Sono esclusi dalla comunione i beni acquistati prima del matrimonio e quelli citati dall’art. 179 del Codice Civile. Invece con la separazione dei beni ogni coniuge conserva la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio e ne mantiene il godimento e l’amministrazione esclusiva. La scelta del regime patrimoniale deve essere comunicata all’Ufficiale di Stato Civile (in caso di rito civile) o al Ministro di Culto celebrante (in caso di rito religioso).

 TRASCRIZIONE DI ATTO DI MATRIMONIO AVVENUTO ALL’ESTERO (TRA STRANIERI O TRA CITTADINO ITALIANO E CITTADINO STRANIERO)

Requisiti di accesso, documenti necessari e procedura “idealtipica”

La trascrizione dell’atto di matrimonio serve per rendere valido il matrimonio in Italia e per poter farsi rilasciare i certificati. Possono essere trascritti “gli atti dei matrimoni celebrati all’estero; gli atti dei matrimoni celebrati dinanzi all’autorità diplomatica o consolare straniera in Italia fra cittadini stranieri quando esistono convenzioni in materia” (art. 63 c. 2 lettere c) e d) del DPR 03/11/2000 n. 396).

Gli italiani (anche naturalizzati) che si sono sposati all’estero (con un cittadino italiano o straniero) possono far trascrivere il proprio atto di matrimonio tramite il Consolato italiano all’estero oppure direttamente all’Ufficio di Stato Civile del Comune. Serve un documento di riconoscimento in corso di validità e una copia conforme o l’atto originale di matrimonio; non sono accettate certificazioni desunte dai documenti originali e formate da organi diversi da quelli che effettivamente hanno stilato l’atto di stato civile. L’atto deve essere accompagnato (in base all’art. 52 c. 1 lettera f del Decreto legislativo 03/02/2011 n. 71 e all’art. 33 del DPR 28/12/2000 n. 445) da una traduzione in lingua italiana (che deve essere certificata conforme al testo straniero dall’autorità diplomatica o consolare ovvero da un traduttore ufficiale o da un interprete che attesti con giuramento davanti all’ufficiale dello stato civile la conformità al testo straniero) e dalla legalizzazione effettuata dal Consolato italiano all’estero (a meno che le convenzioni eventualmente stipulate tra Italia e stato estero prevedano altre modalità, come per esempio la Convenzione di Vienna dell’8 settembre 1976 che prevede il rilascio di un modulo plurilingue esente da legalizzazione e da traduzione).

Nel caso in cui si chieda la trascrizione presso l’autorità consolare italiana all’estero, quest’ultima trasmette “copia degli atti e dei provvedimenti relativi al cittadino italiano formati all’estero all’ufficiale dello stato civile del comune in cui l’interessato ha o dichiara che intende stabilire la propria residenza, o a quello del comune di iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero o, in mancanza, a quello del comune di iscrizione o trascrizione dell’atto di nascita, ovvero, se egli è nato e residente all’estero, a quello del comune di nascita o di residenza della madre o del padre di lui, ovvero dell’avo materno o paterno. Gli atti di matrimonio, se gli sposi risiedono in comuni diversi, saranno inviati ad entrambi i comuni, dando ad essi comunicazione del doppio invio. Nel caso in cui non è possibile provvedere con i criteri sopra indicati, l’interessato, su espresso invito dell’autorità diplomatica o consolare, dovrà indicare un comune a sua scelta” (art. 17 del DPR 03/11/2000 n. 396).

Se il matrimonio è celebrato innanzi all’autorità diplomatica o consolare italiana all’estero non dovrà essere espletata nessuna formalità.

Per il matrimonio tra cittadino italiano e cittadino straniero, esiste il divieto di trascrivibilità dell’atto di matrimonio qualora vi risulti un contrasto all’ordine pubblico (art. 18 DPR 03/11/2000 n.396).

Un’altra problematica riguarda la forma del matrimonio da trascrivere: l’art. 28 della L. 31/05/1995 n. 218 dice che “il matrimonio e’ valido, quanto alla forma, se e’ considerato tale dalla legge del luogo di celebrazione o dalla legge nazionale di almeno uno dei coniugi al momento della celebrazione o dalla legge dello Stato di comune residenza in tale momento”. ll matrimonio celebrato all’estero tra cittadini italiani e tra italiani e stranieri è trascrivibile in Italia nel rispetto di questo principio e in generale della L. 31/05/1995 n. 218. Di conseguenza, non è consentito rifiutare la trascrizione del matrimonio solo perché la legge straniera utilizza forme differenti da quella italiana, anche perché la trascrizione del matrimonio celebrato all’estero non ha finalità costitutive ma meramente dichiarative. In alcuni paesi, però, l’atto di riconoscimento del matrimonio ai fini civili non contiene l’espresso accertamento della volontà degli sposi di unirsi in matrimonio, ma si configura come atto di accertamento della sussistenza del vincolo matrimoniale, sulla base di dichiarazioni effettuate solo da uno dei coniugi, e confermate da testimoni, o anche direttamente dai soli testimoni, che attestano che i coniugi sono stati precedentemente uniti in matrimonio e che tale vincolo permane. La sentenza della Corte di Cassazione n. 3599 del 1990 ha stabilito che “il matrimonio celebrato da cittadini italiani (o anche tra cittadini e stranieri, in virtù dell’art. 50 dell’ordinamento dello stato civile) all’estero secondo le forme ivi stabilite, ed anche il matrimonio celebrato all’estero in forma religiosa, ove per tale forma la “Iex loci” riconosca gli effetti civili (sempre che  sussistano i requisiti sostanziali relativi allo stato ed alla capacità delle persone previsti dal nostro ordinamento) è immediatamente valido e rilevante nell’ordinamento italiano con la produzione del relativo atto [. ..] indipendentemente dall’osservanza delle norme italiane relative alla pubblicazione, che possono dar luogo solo ad irregolarità suscettibili di sanzioni amministrative, ed alla trascrizione nei registri dello stato civile, la quale (a differenza del caso del matrimonio concordatario) ha natura certificativa e di pubblicità, e non costitutiva”. La Circolare del Ministero dell’Interno 13/10/2011 n. 25 ha poi chiarito che “il consenso di entrambi i coniugi costituisce sempre un requisito essenziale, di ordine sostanziale, alla sussistenza di un valido vincolo matrimoniale, in mancanza del quale non è possibile riconoscere il matrimonio per chiara contrarietà all’ordine pubblico”. Resta perciò necessario, “ribadendo che le modalità formali con le quali il consenso dei coniugi viene espresso non necessariamente sono regolate dalla legge del paese di celebrazione e che la mancata corrispondenza con la forma prevista dal nostro ordinamento non impedisce la trascrizione del matrimonio in Italia”, verificare che nella sostanza il matrimonio sia stato contratto volontariamente da entrambi gli sposi, quale requisito per la configurabilità giuridica del matrimonio medesimo. Quindi in caso di richiesta di trascrizione in Italia dell’atto straniero di matrimonio che non riporti esplicitamente il consenso al matrimonio di entrambi gli sposi, la richiesta, espressa per iscritto, deve essere accolta quando la stessa sia stata presentata all’ufficiale dello stato civile da entrambi i coniugi, personalmente o tramite delega che contenga espressa dichiarazione di volontà dei medesimi di procedere alla trascrizione.

Si segnala che deve essere rifiutata la trascrizione dell’atto di matrimonio tra persone dello stesso sesso, di cui almeno uno dei due nubendi sia cittadino italiano, in quanto contraria all’ordine pubblico italiano (Circolare Ministero Interno 18/10/2007 n. 55), anche se alcune interpretazioni della giurisprudenza sostengono che tale rifiuto violi il divieto di discriminazione secondo l’art. 3 della Costituzione, l’art. 14 del CEDU e l’art. 21 della Carta di Nizza.

Se i cittadini sono entrambi stranieri residenti in Italia, possono chiedere di trascrivere “nel comune dove essi risiedono, gli atti dello stato civile che li riguardano formati all’estero. Tali atti devono essere presentati unitamente alla traduzione in lingua italiana e alla legalizzazione, ove prescritta, da parte della competente autorità straniera”. Come già detto in precedenza, possono altresì essere trascritti gli atti dei matrimoni celebrati fra cittadini stranieri dinanzi all’autorità diplomatica o consolare straniera in Italia, se ciò è consentito dalle convenzioni vigenti in materia con il Paese cui detta autorità appartiene. L’ufficiale dello stato civile può rilasciare copia integrale dell’atto trascritto a richiesta degli interessati” (art. 19 DPR 03/11/2000 n. 396). Rispetto agli obblighi di traduzione e legalizzazione si applicano eventualmente la stessa normativa e le stesse Convenzioni citate in precedenza. “L’art. 19 si riferisce unicamente alla trascrizione, per intero, su richiesta degli interessati, di atti formati all’estero relativi a cittadini stranieri residenti in Italia. Tali trascrizioni sono meramente riproduttive di atti riguardanti i predetti cittadini stranieri formati secondo la loro legge nazionale da autorità straniere. Esse hanno il solo scopo di offrire agli interessati la possibilità di ottenere dagli uffici dello stato civile italiani la copia integrale degli atti che li riguardano così come formati all’estero. Dette trascrizioni, attesa la loro estraneità all’ordinamento giuridico italiano non possono, comunque, porsi in contrasto con quest’ultimo per ragioni di ordine pubblico. Sono, pertanto, fuori dall’ambito normativo dell’art.18 del DPR. […] L’ufficiale di anagrafe ne prende atto, ma non può, riguardo al loro contenuto, rilasciar certificazioni” (Circolare MIACEL 26/03/2001 n. 2).

Lacune e criticità per il matrimonio contratto in Italia e per la trascrizione di atto di matrimonio avvenuto all’estero

Per comprendere quali fossero gli aspetti più problematici legati a questa tematica sono stati creati dei questionari, formulati con 2 domande a risposta aperta con la possibilità di indicarne fino a un massimo di 4, ordinandole dalla più importante alla meno importante. La prima domanda era incentrata sulle criticità rilevate dagli operatori, mentre la seconda chiedeva di indicare le esigenze formative degli operatori rispetto alla stessa tematica. Sono stati somministrati 10 questionari agli uffici di Stato Civile dei Comuni capoluogo di Provincia (uno in più rispetto ai 9 capoluoghi di provincia in quanto abbiamo inviato il questionario sia al Comune di Forlì, sia a quello di Cesena). I questionari sono stati inviati via posta elettronica, quelli ritornati sono stati solo 3 nonostante vari solleciti. L’analisi delle risposte risulta pertanto poco significativa, ma emerge la difficoltà nei rapporti con le autorità consolari e nella trascrizione degli atti, sia riguardo le criticità, sia per le esigenze formative.

Questionario somministrato

Report dei questionari ritornati (in forma anonima)

Checklist dei siti istituzionali